DIALOGO NON IMMAGINARIO SUL FUTURO DELLE RICERCHE DI MERCATO IN ITALIA

 

Interno giorno, mattina. Affollato coffee break di un convegno. Intravedo un collega/conoscente/amico. Poco più che trentenne, uno sveglio e bravo, uno che lavora in un noto e blasonato istituto di ricerca internazionale, un marchio di prim’ordine nel mondo della ricerca di marketing. Mi avvicino, stretta di mano e abbraccio: è tanto tempo che non ci vediamo. La conversazione scivola velocemente su lavoro, colleghi, clienti e immancabilmente sui concorrenti: “Sai” mi dice ad un certo punto “per una serie di coincidenze un po’ strambe mi è capitato di lavorare con quelli di BrandBooster (N.d.A. nome di fantasia, riferito ad una nota, innovativa ed emergente società di ricerche di mercato inglese)”. “Ma dai?” rispondo “Davvero? Ne parlano veramente tutti, cerco sempre di seguirli, ma cosa fanno esattamente, come lavorano?” E lui, facendo un po’ il vago: “ma non so, fanno delle cose innovative, mi hanno raccontato la loro filosofia, fanno dei test coinvolgendo un sacco di persone, anche nelle community. Mi hanno spiegato che loro credono in questa cosa dei corvi, nella teoria dei corvi…” Poi sorridendo ammiccante: “ma si… dai… insomma questa cosa delle community che adesso va tanto di moda”. “Ah ecco, certo…” gli rispondo velocemente. Ci salutiamo, mi giro e entro nella sala per seguire il convegno.

Intanto però un dubbio si insinua: che diavolo sarà mai la teoria dei corvi? Mai sentito parlare di “corvi” nelle ricerche di mercato. Boh, sarà che reclutano degli intervistati particolarmente pessimisti, negativi e critici, dei corvi appunto, per provare a mettere veramente a dura prova i livelli “gradimento” dei prodotti testati. Oppure una derivazione della teoria degli sciami? Intervistati-corvi che si abbattono su un povero concept fino a smontarlo e dissezionarlo nei minimi dettagli? Rimango con il mio dubbio a cui non do una risposta, ripromettendomi di controllare su Internet più tardi.

Ma non lo faccio e mi dimentico. Solo la sera sul tardi, ripensando alla giornata sono colto da un’illuminazione folgorante. Non era difficile fare la giusta associazione, contestualizzare tutti gli indizi per riuscire a dare una risposta all’enigma della teoria dei corvi. BrandBooster è una società inglese, il mio amico li ha incontrati all’estero e quindi ha parlato con loro in inglese. Come si dice corvo in inglese? Si dice “Crow”? Qual è la specialità di BrandBooster? Le community. Che incidente increscioso! Al mio amico non stavano parlando della “teoria dei corvi”, ma del crowdsourcing. Non il CROW-sourcing, ma il CROWD-sourcing, e quindi parlavano della theory of crowd e non della teoria dei corvi. Cioè, come recita Wikipedia, il modello di business attraverso cui un ente o un’azienda esternalizza alcune attività affidandole ad un gruppo numeroso e indistinto di persone che per portare a termine queste attività viene organizzato in una comunità, o community come dicono quelli di BrandBooster. Niente corvi, insomma.

È sera tardi e la soluzione dell’enigma non gratifica il mio ego tanto quanto mi sarei aspettato, ma almeno mi strappa un sorriso pensieroso prima di addormentarmi. Non ricordo cosa ho sognato, ma temo si sia trattato di corvi, corvi che volano sul futuro della ricerca di mercato in Italia.