Cala il sipario sulla edizione 2012 della Vogue Fashion Night Out milanese e ci ritroviamo a riflettere su quello che pensiamo di uno dei pochi esperimenti di democratizzazione del mondo della Moda. Una kermesse che si prefigge di attrarre intorno alle firme piú prestigiose un popolo il piú possibile eterogeneo e pop. E noi vogliamo capire quanto questo mondo abbia oggi piú di altri saputo farsi contaminare da nuove forme e modalità di promozione e visibilità e quale sia l’impatto di queste commistioni sulla cultura del business della Moda. Abbiamo imparato tre cose e abbiamo avuto una conferma.

1. Innanzitutto, diciamolo, ieri sera non si è trattato di Moda. Ieri notte le vie di Milano erano un vero e proprio fluire in piena di un’umanità brulicante di vita e la cosa che davvero più ci ha colpito è stata la giovanissima età media dei presenti. Non era il popolo della Moda quello che in cui ci siamo trovati immersi ma piuttosto una riedizione nostrana del pubblico dello Sziget festival. Come altre fonti più accreditate di noi hanno fatto notare, è stata la Musica a guidare tutto quanto questo evento ha saputo esprimere in termini di novità e innovazione. La Moda – non crediamo – sarebbe riuscita in tutto quello di cui vi stiamo per parlare.

2. Gli uffici stampa sono allo sbando. Come una riedizione della Primavera Araba in versione trash e fashion, chi ha alimentato il flusso ragionato che abbiamo incrociato nel quadrilatero della Moda, tra San Babila, Montenapoleaone e via Della Spiga, è stata una popolazione poco più che ventenne. Non ce ne stupiamo se pensiamo che la prima fonte d’informazione sugli eventi della serata sia stata una combinazione alchemica di Facebook, siti Internet specializzati, Twitter e marginalmente le fashion blogger, sempre più pericolosamente attratte dagli uffici stampa delle griffe per mantenere a lungo una qualche autorevolezza. Da questo nucleo primario – un pubblico non pagante in cerca di un prolungato aperitivo a sbafo – si è dipanato un passaparola alimentato da SMS, retweet e flashmob operati con messaggistica istantanea. Whatsapp e Twitter si affermano come una forma immediata e veloce di segnalare i propri spostamenti e appuntarsi momenti di raduno lungo il percorso. Sono loro che hanno amplificato gli asfittici comunicati stampa che ormai provengono da redazioni che sanno solo più fare un copia&incolla delle veline ricevute dalle PR di turno e che hanno saputo dare un ritmo, una priorità e una rilevanza a quanto stava accadendo in concomitanza. Le forze dell’ordine, pur presenti anche se in forma discreta, avrebbero davvero avuto vita grama se il popolo dei social network non avesse pazientemente – prima e durante la serata – inviato messaggi chiari e puntuali sul cosa vedere, cosa evitare e sull’ordine preciso in cui inanellare le diverse soste. Gli uffici stampa vengono spazzati via dal popolo della strada, che brandendo un oggetto magico come lo smartphone, ha davvero il potere in mano, il potere di segnalare in tempo reale cosa fare e dove andare, che permette di immortalare le immagini piú originali e le scene imprendibili e che rende tutti un po’ inviati speciali e che sa senza pietà sacrificare chi lo merita sull’altare del ridicolo.

3. Eravamo lì solo per dire di esserci. La presente edizione ha deluso qualcuno – troppa cautela e un’offerta troppo limitata di merchandising rispetto al passato – ma la maggior parte di noi non è certo uscita ieri sera per comprarsi un bracciale di stoffa di Alexander Mc Queen a 190 Euro. Eravamo lì per fare check-in. Il ricorso sempre piú spinto a strumenti di social network “location based” non è, come credono in molti, uno strumento di generazione di equity di marca. Proprio no. E’ un driver di addensamento umano. Foursquare e Twitter sono a oggi i soli Social Network in grado di dare anche dimensione spaziale e fisica a iniziative che potrebbero vivere solo di bit. Invece no, importante è esserci ed esserci significa transitare presso la boutique o il flagship-store in questione ma solo se passandovi possiamo lasciate una traccia di noi e del nostro passaggio: un check-in, un cinguettio che magari si perde nel rumore dei DjSet ma che di certo rimane nella nostra  timeline. Ci chiediamo che cosa la Moda avrebbe saputo fare senza tutto questo, in quanti davvero si sarebbero ieri sera strappati dal comodo divano di casa per addentrarsi nelle strette viuzze del Centro senza avere tra le proprie mani Instagram.

4. E alla fine la Moda ha dimostrato di essere impermeabile a ogni Arab Spring. Purtroppo ci portiamo a casa anche la sensazione che non stessimo assistendo a quello che ci hanno voluto fare credere. Ieri sera la Moda non ha aperto affatto le proprie porte alla strada. Ieri sera la musica gratuita (e l’alcool di conseguenza) hanno eccitato le folle. La Moda è stata a guardare, osservando silenziosa e attonita dalle proprie vetrine una folla che guardava altrove. Chiedendosi ancora, questa mattina, come mai quasi nessuno abbia infine scelto di comprare “un pezzo di stoffa con piccolo teschio dorato” per miseri 190 Euro.