Uno potrebbe anche essere un errore, due certamente un segnale. Se arriviamo a tre avremo un trend. Mi riferisco alla decisione di «The Guardian», a stretto giro seguita da quella de «The Washington Post», di chiudere le appintegrate a facebook lanciate circa 2 anni fa. Dopo quello che è stato l’iniziale successo di queste iniziative, che hanno potuto reclutare migliaia di registrazioni in pochissimo tempo, sembra che il livello di utilizzazione si sia progressivamente ridimensionato.

Chiariamo brevemente l’antefatto. Il 13 dicembre 2012 «The Guardian»decide di rivedere sostanzialmente la propria posizione all’interno di facebook, di fatto mettendo fine al progetto di una applicazione integrata nella pancia del walled garden più esteso al mondo. Ci riferiamo a qualche cosa di più di una fanpage, una vera; questo tipo di app integrano i propri contenuti all’interno del social network ospite, che ha pertanto accesso a controllo al tipo e frequenza di contenuti visualizzati sulle timeline degli iscritti. Il popolo di Facebook è affamato di contenuti ma quanto mai pigro. Le app sono un modo immediato per servire direttamente la notizia, una specie di delivery diretto a casa, senza dover “uscire dal walled garner” e andarsene in giro per siti Internet, sparsi di qua e di là. Allo stesso tempo però questa tendenza, se proiettata nel medio termine, porterebbe ad uno scenario in cui l’onnivoro facebook rischia di inglobare dentro di sé molti dei contenuti del Web. Scenario apocalittico che forse spingerà più testate a porsi qualche interrogativo sull’opportunità di essere ospitate nel grembo del Grande Amico. La ragione della scelta del «The Guardian» è molto più pragmatica. Dal momento che gli algoritmi di facebook tendono ad enfatizzare i contenuti più popolari e oscurare quanto non riscuote consenso in termini di like, la testata non ritiene che il servizio offerto da facebook sia coerente con le proprie strategie distributive dell’informazione. Punto e stop. Si ritorna sul sito.

Pur riconoscendo la legittimità di questa scelta, che dal punto di vista degli editori significa riprendere il controllo sul tipo di contenuti visualizzati dai propri lettori, quello che preme qui  sottolineare è l’inapplicabilità del modello del consenso democratico di facebook, tout court, al sistema dell’informazione.

In fondo una delle promesse dell’informazione di tipo giornalistico è “the breaking news”. Come chiunque abbia un po’ di passione per questo mercato o che abbia visto anche una sola puntata di The Newsroom la corsa alla notizia è sempre la prima cosa. Seguita, subito dopo ma solo nei paesi anglosassoni, da lunghi e complicati dibattiti etico-deontologici su quanto sia lecito fare pur di assicurarsi un’esclusiva o lanciare una primizia, prima ancora che la notizia possa essere stata confermata da fonte autorevole.

Il criterio del Social Reading, di contro, ribalterebbe questo principio e ci interroghiamo se questo possa essere applicato indiscriminatamente a tutto, in primo luogo a quello che consideriamo “news”. Se una notizia vale di più (come facebook e gli algoritmi del gigante di Mountain View sembrano farci pensare) nella misura in cui da tanti è stata condivisa, letta, cliccata ci ritroviamo con un paradosso: una notizia che ha avuto tutto il tempo di circolare e guadagnarsi popolarità è qualche cosa di già vecchio, niente più del giornale di ieri, qualche cosa che deve essere derubricato dalla “categoria” delle news per passare sotto altra categoria semantica.

La scelta di queste testate è quindi una mossa tutt’altro che banale, tutt’alto che scomposta, insomma non semplicemente un dietro front, intimoriti per una potenziale perdita di contatti diretti.

Allo stesso tempo il mondo dell’editoria digitale non può non confrontarsi con le sfide poste da una realtà come facebook ora o da un deck come twitter a breve. Si tratta di due canali di ridistribuzione del traffico davvero potenti e nevralgici nella propagazione dell’informazione, se osserviamo come già oggi le news siano la categoria di contenuti che più si ama condividere, prima ancora di foto e video.

In questo senso molto interessanti ritengo alcune scelte adottate da una rivista online di primo livello come The Mashable, un front runner dell’innovazione, che è riuscita a coniugare moto bene la propria natura giornalistica con le istanze che provengono dai contesti social. Ogni sezione della nuova testata appena rilasciata è suddivisa in tre colonne: gli articoli nuovi (New Stuff), The Next Big Thing per le novità in primo piano e What’s Hot per gli articoli più condivisi. In questo modo si ricrea quella linearità del ciclo di vita della notizia che inizia sempre laddove qualcuno, un giornalista, è arrivato per primo.